Storia

Situato al primo piano del Palazzo della Pilotta il Teatro Farnese occupa un enorme salone originariamente progettato come Antiquarium e utilizzato come “Sala d’arme” per le esercitazioni cavalleresche della corte, che fu riadattato e trasformato in teatro tra la fine del 1617 e l’autunno del 1618.

La costruzione e il periodo farnesiano

Costruito in brevissimo tempo, usando materiali leggeri come il legno e lo stucco dipinti, il teatro nacque per volontà di Ranuccio I, IV duca di Parma e Piacenza (1593 -1622), il quale intendeva festeggiare con grande sfarzo la sosta di Cosimo II de’ Medici a Parma, programmata in occasione di un viaggio del Granduca di Toscana a Milano per visitare la tomba di San Carlo Borromeo.

Si trattava di un evento di grande importanza politica per Ranuccio, che aveva la possibilità di rinsaldare i suoi legami con la famiglia medicea, riallacciati nel 1615, con un accordo matrimoniale tra le due famiglie ducali, mostrando a Cosimo e implicitamente a tutta l’aristocrazia italiana la grandezza e lo splendore del casato dei Farnese.

Nel 1617, in tutta fretta, fu quindi invitato a Parma l’architetto ferrarese Giovan Battista Aleotti, detto “L’Argenta” dal nome del paese d’origine (1546-1636), che aveva già lavorato con i Farnese a Parma durante il carnevale del 1616 per l’allestimento di un’opera torneo nel cortile del Vescovado. L’Aleotti era architetto ed ingegnere idraulico, grande erudito e spirito enciclopedico, e i suoi interessi spaziavano dalla matematica all’architettura, alla scenotecnica e alla filosofia: nelle sue opere cita, tra gli altri, Platone, Diogene, Sant’Agostino, Tolomeo, Avicenna, Erodoto, Cicerone, Ariosto e Torquato Tasso.

L’Argenta non era nuovo a queste esperienze teatrali perché già nel 1605 aveva costruito il Teatro degli Intrepidi a Ferrara su iniziativa del marchese Enzo Bentivoglio, signore di Gualtieri, grande esperto ed organizzatore di spettacoli che lo sostituì nella direzione del cantiere farnesiano di Parma, quando Aleotti lo lasciò per motivi personali prima della fine dei lavori.

Sotto la direzione del ferrarese e degli architetti collaboratori Giovan Battista Magnani e Pier Francesco Battistelli, lavorarono al cantiere maestranze specializzate: lo stuccatore ferrarese Luca Reti, il pittore cremonese Giovan Battista Trotti detto il Malosso, il bolognese Lionello Spada, i parmigiani Sisto Badalocchio, Antonio Bertoja e Pierluigi Bernabei.

Sfumato il progettato viaggio di Cosimo, l’inaugurazione del teatro – già ultimato nel 1619 – avvenne solo nel 1628, in occasione delle nozze tra Margherita de’ Medici e il duca Odoardo, con uno spettacolo allegorico-mitologico dal titolo “Mercurio e Marte” – con testo di Claudio Achillini e musiche di Claudio Monteverdi -, arricchito da un torneo e culminante in una spettacolare naumachia, per la quale fu necessario allagare la platea con una enorme quantità d’acqua, pompata tramite una serie di serbatoi posti al di sotto del palcoscenico.

Data la complessità degli allestimenti e del funzionamento delle macchine di scena, nonché l’alto costo degli spettacoli stessi, il teatro fu utilizzato solo altre otto volte dal 1652 al 1732, in occasione di visite illustri o di matrimoni della corte dei Farnese. A riprova di ciò, la costruzione nel 1689 di un teatrino di corte più piccolo, voluto da Ranuccio II negli spazi adiacenti al gran teatro, disegnato dal bolognese Stefano Lolli.

Il Teatro Farnese dal 1732 ad oggi

Già sostanzialmente trascurato durante il governo dei Borbone, alla cui politica dinastica e intellettuale di matrice illuminista poco si confaceva la grandiosa macchina barocca del “Gran Teatro” farnesiano, riempitosi pian piano di polvere, mentre gli stucchi cadono a pezzi e le decorazioni si sgretolano, il Farnese viene definitivamente abbandonato quando Maria Luigia incarica Nicola Bettoli di costruire il nuovo Teatro Ducale, inaugurato nel 1829.

Il Teatro non rimane, tuttavia, vuoto e silenzioso: pressoché incessante è per tutto il Sette e l’Ottocento il pellegrinaggio di principi, artisti, letterati, uomini di spettacolo (da Montesquieu, a de Brosses, a Dickens) che sostano a Parma proprio per ammirarlo, e i cui diari di viaggio forniscono ampia testimonianza. Ripetutamente si soffermano, rammaricandosi della condizione di assoluto degrado in cui si trova la sala: il legno spaccato e marcito, i teleri dipinti stracciati, i colori sbiaditi, le macchie, lo sporco e il disordine, addirittura i topi padroni del campo, come sottolinea indignato Dickens.

Numerosi sono anche in questo periodo gli studi grafici, le planimetrie, i disegni e le incisioni che offrono un quadro completo della struttura originaria del Teatro; documentazione tanto più importante quanto sostanzialmente scarsi, incompleti e incerti risultano i piani originali seicenteschi. Primo per qualità e importanza fra quanti studiarono il Teatro è senza dubbio l’architetto francese L.A. Feneulle (1733 -1799) le cui tavole acquerellate, ancora oggi conservate in Archivio di Stato a Parma, furono poi divulgate in incisioni da Paolo Toschi.

I primi parziali restauri alla struttura lignea e alle gradinate sembrano risalire al 1847. Un minimo di ordine e di assestamento è testimoniato, infatti, nell’unica occasione in cui il Teatro riaprì le porte al pubblico: il 5 settembre 1909 per celebrare il cinquantenario del plebiscito, che sanciva l’annessione delle province parmensi al Regno d’Italia.

Il confronto su di un possibile, eventuale riutilizzo della struttura fu, però, presto accantonato a causa degli eventi bellici che in rapida successione coinvolgono il paese. Il colpo di grazia lo danno i bombardamenti alleati, che il 13 maggio 1944 colpiscono e danneggiano gravemente una parte imponente dello storico complesso della Pilotta.

È solo nel 1953 che si dà inizio all’opera di recupero del Teatro in un’ottica filologica sostenuta dall’allora Soprintendente alle Belle Arti Armando Ottaviano Quintavalle.  Dopo i primi urgenti interventi, quali il rifacimento della volta crollata sotto le bombe, si predispone la ricostruzione della struttura architettonica che si concluse nel 1962, anche grazie alla capacità di esperti ebanisti locali che consentirono di riutilizzare buona parte dei legni originali del Farnese.

Purtroppo le sculture in gesso della famiglia Reti, che decoravano numerose la sala teatrale, fatte di stracci e riempiti di stoppa, si sono per la maggior parte polverizzate, le colonne e le serliane dipinte sono andate in briciole, ma la struttura viene fedelmente ricomposta e, quasi per miracolo, la decorazione pittorica a fresco, che sembrava da secoli completamente perduta, riaffiora sotto la patina di polvere, di sudicio e di rifacimenti. Il restauro mira, dunque, a mantenere in evidenza le parti originali e a restituire la grandiosità della struttura architettonica, escludendo rifacimenti arbitrari e ornati e decorazioni nelle parti mancanti.

Nel 1965 l’intervento è compiuto: il Farnese torna finalmente ad essere parte integrante del patrimonio culturale della città, non solo come spazio di spettacolo, di musica, d’arte e di “meraviglia”, sia pure per eventi particolari, con utilizzo riservato alla sola cavea e al palcoscenico con esclusione quasi totale delle gradinate laterali, ma anche come luogo privilegiato del percorso espositivo, diventando il grandioso atrio d’accesso alle collezioni storico-artistiche della Galleria Nazionale di Parma.