Storia della Galleria Nazionale

Storia

Dall’Accademia di Belle Arti alla Galleria Ducale

Le collezioni della Galleria Nazionale di Parma traggono origine da quelle della Ducale Accademia di Belle Arti, istituita nel 1752 dal duca don Filippo di Borbone (1749-1765) all’interno del Palazzo della Pilotta. Filippo, secondogenito di Filippo V, re di Spagna, e di Elisabetta Farnese, era arrivato al trono ducale grazie agli astuti maneggi della madre. Il giovane duca dovette tra le altre cose far fronte alla perdita delle ricchissime raccolte d’arte farnesiane, trasferite nella quasi totalità a Napoli nel 1734 per volontà del fratello Carlo di Borbone, re di Napoli, figlio primogenito di Elisabetta Farnese e pertanto legittimo erede del patrimonio di famiglia.

La perdita della superba collezione che i Farnese avevano accumulato nelle diverse residenze, dal Palazzo Ducale al Palazzo del Giardino, dalla Pilotta alle Regge di Colorno e Sala Baganza lasciò un gran vuoto a Parma e il nuovo duca dovette impegnarsi a fondo per dare nuovo splendore artistico alla propria corte. Poche le opere che scamparono all’imponente trasferimento, fra queste restarono in Pilotta il Ritratto di Paolo III di Sebastiano del Piombo e la Guarigione del cieco di El Greco.

Uno dei primi atti di governo di Filippo di Borbone fu, infatti, quello di imporre il divieto di alienazione alla Madonna di San Girolamo del Correggio, a quel tempo collocata nella chiesa di Sant’Antonio Abate, ricordando la sciagurata vendita che aveva fatto emigrare da Piacenza a Dresda pochi anni prima, nel 1734, la celeberrima Madonna di San Sisto di Raffaello.

Il duca pochi anni più tardi, nel 1765, avrebbe acquistato questa famosa pala del Correggio, meglio nota come “Il giorno”, destinandola alla quadreria della Accademia di Belle Arti, fondata solo pochi anni prima. Grazie al matrimonio del duca con la figlia di Luigi XV di Francia, Louise Elisabeth, e all’azione riformatrice del potente ministro Guillaume Du Tillot, il piccolo ducato di Parma si aprì alle idee illuministe e si trasformò in pochi anni nel centro culturale raffinato e cosmopolita.

Non mancarono accorti e intelligenti acquisti avvenuti direttamente a Parigi, come la grande tela che Gabriel François Doyen aveva esposto al Salon parigino del 1759 raffigurante la Morte di Virginia, acquistata nel 1760 dal duca.

Di grande importanza per la ripresa artistica fu la fondazione dell’Accademia di Belle Arti istituita nel 1752 su suggerimento di don Filippo ad opera del primo ministro Guillaume Du Tillot, di cui in Galleria si trova il ritratto eseguito da Pietro Melchiorre Ferrari. L’Accademia divenne ben presto una delle più vitali istituzioni di tal genere nell’Europa del tempo, retta nei primi anni dall’abate e  poeta arcade Carlo Innocenzo Frugoni, e con autorevoli insegnanti quali Giuseppe Peroni, Prospero Bresciani e Giuseppe Baldrighi, che tennero saldi legami con le Accademie di Bologna, Roma e naturalmente con Parigi, da cui arrivarono artisti che si stabilirono definitivamente nella città emiliana, tra i quali l’architetto Ennemond Alexandre Petitot e lo scultore Jean Baptiste Boudard, che contribuirono a dar lustro alla piccola corte padana. Attraverso i regolari concorsi che si svolsero ininterrottamente fino al 1795 si avvio una proficua stagione di arricchimento artistico grazie ad una serie opere, circa una settantina, tra cui emergono per vivacità di interpretazione i dipinti di Cannizzaro, Borroni, Traballesi, Gaspare Landi, Felice Giani e Jacques Berger. Anche Francisco Goya partecipò nel 1771 ai concorsi dell’Accademia parmense con un’opera che si classificò al secondo posto, Il genio della guerra conduce Annibale in Italia, oggi non più nelle collezioni della Galleria. La destinazione culturale della Pilotta voluta dal ministro Du Tillot venne ulteriormente rafforzata con la L’istituzione della Biblioteca Palatina, 1769 e con la costituzione del primo nucleo delle raccolte archeologiche parmensi grazie i reperti provenienti dagli scavi di Veleia.

Durante il governo di don Ferdinando (1765-1802), tra il 1786 e il 1787 alcuni significativi dipinti toscani del XIV e del XV secolo, provenienti dalla collezione di ‘primitivi’ del marchese Alfonso Tacoli Canacci, incrementarono il patrimonio della “quadreria ducale”, fra cui spiccano la Madonna col Bambino e santi di Agnolo Gaddi e la piccola tavola di Beato Angelico raffigurante una Madonna col Bambino e santi. Nel 1811 la galleria ebbe un primo riordinamento nel ad opera del pittore ed accademico Biagio Martini.

 La Regia Galleria

Dopo le spoliazioni avvenute durante il governo napoleonico, al nucleo originario si aggiunse un cospicuo gruppo di opere provenienti da chiese e conventi soppressi che erano state trasportate a Parigi dai Francesi e che fecero ritorno, anche se non in toto, nel 1816. In quegli rientrarono i capolavori di Correggio e di altri importanti esponenti della cultura artistica del Cinquecento, Seicento e Settecento sia locale che italiano.

Va a merito di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma dal 1816 al 1847, l’ulteriore incremento delle collezioni, con l’acquisizione delle raccolte Sanvitale (1834), Callani e Baiardi (1839), insieme alla loro riunificazione ed a un progetto di esposizione organica, per la quale la sovrana si avvalse dell’opera del pittore e incisore Paolo Toschi, direttore dell’Accademia dal 1820, e dell’architetto Nicola Bettoli.

Quest’ultimo creò, tra il 1821 e il 1825, per la quadreria accademica ambienti di imponente ed elegante spazialità come la Sala Ovale, ove furono posti i due colossi romani in basanite provenienti dagli Orti Farnesiani sul Palatino (Bacco ed Ercole), e la Sala delle Colonne, con sul fondo la nicchia entro cui venne più tardi collocata la statua ritratto di Maria Luigia in veste di Concordia, opera di Antonio Canova. L’acquisizione della collezione Sanvitale fu l’occasione per intraprendere un’altra campagna di lavori nelle sale attorno alla Rocchetta tra il 1835 e il 1855, ambienti che sono state completamente restaurati e riportati al loro aspetto ottocentesco grazie al nuovo allestimento nel 1991.

Dopo la morte di Maria Luigia, vennero acquisite nel 1851 anche le raccolte di Giuseppe Rossi e quella della famiglia Dalla Rosa-Prati. Nel 1855 la Galleria venne nuovamente ordinata da Michele Lopez e nel 1882, ormai dopo l’Unità, si aggiunsero nuovi spazi d’esposizione e cessò la dipendenza dall’Accademia di Belle Arti.
La quadreria accademica assunse allora la denominazione di Regia Galleria. Nel 1887 fecero il loro ingresso nel museo i ritratti farnesiani e borbonici che la Real Casa di Savoia aveva donato alla Biblioteca Palatina.
Al 1896 risale il fondamentale riordinamento di Corrado Ricci, con il primo catalogo a stampa che attesta con precisione la consistenza patrimoniale della Galleria.

Dagli inizi del Novecento ai giorni nostri

Dagli inizi del XX secolo con il succedersi di nuovi direttori la Galleria, ormai divenuta proprietà dello

Stato, incrementò le collezioni con opere importanti grazie a nuove acquisizioni, come nel caso della grande tavola di Dosso Dossi con San Michele Arcangelo e il demonio, acquistata nel 1907 o della famosa Schiava Turca del Parmigianino, riportata a Parma dagli Uffizi nel 1928 grazie a un felice scambio con alcuni fondi oro di scuola fiorentina.

Il 1938-39 segna il momento di un nuovo ordinamento, ad opera di Armando Ottaviano Quintavalle, che separò i dipinti per scuole e ne propose un ordinamento cronologico. Al 1967 risale l’allestimento voluto da Augusta Ghidiglia Quintavalle, che nel contempo avviò un progetto di ricostruzione globale della Galleria, affidato all’architetto Guido Canali.

Tale progetto si è articolato in diverse fasi ed ha comportato in circa vent’anni, oltre al restauro del Palazzo, un notevole ampliamento degli spazi espositivi, con la realizzazione di nuovi percorsi, moderni servizi e impianti tecnici di climatizzazione e illuminazione all’avanguardia.

La prima fase dei lavori è stata completata nel 1986, ed ha consentito di recuperare le ali ovest e nord del Palazzo, destinate ad ospitare le opere d’arte dal Medioevo al Settecento; la seconda fase si è invece conclusa nel 1991 e ha condotto al ripristino degli ambienti ottocenteschi progettati dal Bettoli.