Teatro Farnese

Teatro Farnese 2018-10-26T15:32:15+00:00
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STORIA

La costruzione e il periodo farnesiano

Costruito in brevissimo tempo, usando materiali leggeri come il legno e lo stucco dipinti, il teatro nacque per volontà di Ranuccio I, IV duca di Parma e Piacenza (1593 -1622), il quale intendeva festeggiare con grande sfarzo la sosta di Cosimo II de’ Medici a Parma, programmata in occasione di un viaggio del Granduca di Toscana a Milano per visitare la tomba di San Carlo Borromeo.

Si trattava di un evento di grande importanza politica per Ranuccio, che aveva la possibilità di rinsaldare i suoi legami con la famiglia medicea, riallacciati nel 1615, con un accordo matrimoniale tra le due famiglie ducali, mostrando a Cosimo e implicitamente a tutta l’aristocrazia italiana la grandezza e lo splendore del casato dei Farnese.

Nel 1617, in tutta fretta, fu quindi invitato a Parma l’architetto ferrarese Giovan Battista Aleotti, detto “L’Argenta” dal nome del paese d’origine (1546-1636), che aveva già lavorato con i Farnese a Parma durante il carnevale del 1616 per l’allestimento di un’opera torneo nel cortile del Vescovado. L’Aleotti era architetto ed ingegnere idraulico, grande erudito e spirito enciclopedico, e i suoi interessi spaziavano dalla matematica all’architettura, alla scenotecnica e alla filosofia: nelle sue opere cita, tra gli altri, Platone, Diogene, Sant’Agostino, Tolomeo, Avicenna, Erodoto, Cicerone, Ariosto e Torquato Tasso.

L’Argenta non era nuovo a queste esperienze teatrali perché già nel 1605 aveva costruito il Teatro degli Intrepidi a Ferrara su iniziativa del marchese Enzo Bentivoglio, signore di Gualtieri, grande esperto ed organizzatore di spettacoli che lo sostituì nella direzione del cantiere farnesiano di Parma, quando Aleotti lo lasciò per motivi personali prima della fine dei lavori.

Sotto la direzione del ferrarese e degli architetti collaboratori Giovan Battista Magnani e Pier Francesco Battistelli, lavorarono al cantiere maestranze specializzate: lo stuccatore ferrarese Luca Reti, il pittore cremonese Giovan Battista Trotti detto il Malosso, il bolognese Lionello Spada, i parmigiani Sisto Badalocchio, Antonio Bertoja e Pierluigi Bernabei.

Sfumato il progettato viaggio di Cosimo, l’inaugurazione del teatro – già ultimato nel 1619 – avvenne solo nel 1628, in occasione delle nozze tra Margherita de’ Medici e il duca Odoardo, con uno spettacolo allegorico-mitologico dal titolo “Mercurio e Marte” – con testo di Claudio Achillini e musiche di Claudio Monteverdi -, arricchito da un torneo e culminante in una spettacolare naumachia, per la quale fu necessario allagare la platea con una enorme quantità d’acqua, pompata tramite una serie di serbatoi posti al di sotto del palcoscenico.

Data la complessità degli allestimenti e del funzionamento delle macchine di scena, nonché l’alto costo degli spettacoli stessi, il teatro fu utilizzato solo altre otto volte dal 1652 al 1732, in occasione di visite illustri o di matrimoni della corte dei Farnese. A riprova di ciò, la costruzione nel 1689 di un teatrino di corte più piccolo, voluto da Ranuccio II negli spazi adiacenti al gran teatro, disegnato dal bolognese Stefano Lolli.

Il Teatro Farnese dal 1732 ad oggi

Già sostanzialmente trascurato durante il governo dei Borbone, alla cui politica dinastica e intellettuale di matrice illuminista poco si confaceva la grandiosa macchina barocca del “Gran Teatro” farnesiano, riempitosi pian piano di polvere, mentre gli stucchi cadono a pezzi e le decorazioni si sgretolano, il Farnese viene definitivamente abbandonato quando Maria Luigia incarica Nicola Bettoli di costruire il nuovo Teatro Ducale, inaugurato nel 1829.

Il Teatro non rimane, tuttavia, vuoto e silenzioso: pressoché incessante è per tutto il Sette e l’Ottocento il pellegrinaggio di principi, artisti, letterati, uomini di spettacolo (da Montesquieu, a de Brosses, a Dickens) che sostano a Parma proprio per ammirarlo, e i cui diari di viaggio forniscono ampia testimonianza. Ripetutamente si soffermano, rammaricandosi della condizione di assoluto degrado in cui si trova la sala: il legno spaccato e marcito, i teleri dipinti stracciati, i colori sbiaditi, le macchie, lo sporco e il disordine, addirittura i topi padroni del campo, come sottolinea indignato Dickens.

Numerosi sono anche in questo periodo gli studi grafici, le planimetrie, i disegni e le incisioni che offrono un quadro completo della struttura originaria del Teatro; documentazione tanto più importante quanto sostanzialmente scarsi, incompleti e incerti risultano i piani originali seicenteschi. Primo per qualità e importanza fra quanti studiarono il Teatro è senza dubbio l’architetto francese L.A. Feneulle (1733 -1799) le cui tavole acquerellate, ancora oggi conservate in Archivio di Stato a Parma, furono poi divulgate in incisioni da Paolo Toschi.

I primi parziali restauri alla struttura lignea e alle gradinate sembrano risalire al 1847. Un minimo di ordine e di assestamento è testimoniato, infatti, nell’unica occasione in cui il Teatro riaprì le porte al pubblico: il 5 settembre 1909 per celebrare il cinquantenario del plebiscito, che sanciva l’annessione delle province parmensi al Regno d’Italia.

Il confronto su di un possibile, eventuale riutilizzo della struttura fu, però, presto accantonato a causa degli eventi bellici che in rapida successione coinvolgono il paese. Il colpo di grazia lo danno i bombardamenti alleati, che il 13 maggio 1944 colpiscono e danneggiano gravemente una parte imponente dello storico complesso della Pilotta.

È solo nel 1953 che si dà inizio all’opera di recupero del Teatro in un’ottica filologica sostenuta dall’allora Soprintendente alle Belle Arti Armando Ottaviano Quintavalle.  Dopo i primi urgenti interventi, quali il rifacimento della volta crollata sotto le bombe, si predispone la ricostruzione della struttura architettonica che si concluse nel 1962, anche grazie alla capacità di esperti ebanisti locali che consentirono di riutilizzare buona parte dei legni originali del Farnese.

Purtroppo le sculture in gesso della famiglia Reti, che decoravano numerose la sala teatrale, fatte di stracci e riempiti di stoppa, si sono per la maggior parte polverizzate, le colonne e le serliane dipinte sono andate in briciole, ma la struttura viene fedelmente ricomposta e, quasi per miracolo, la decorazione pittorica a fresco, che sembrava da secoli completamente perduta, riaffiora sotto la patina di polvere, di sudicio e di rifacimenti. Il restauro mira, dunque, a mantenere in evidenza le parti originali e a restituire la grandiosità della struttura architettonica, escludendo rifacimenti arbitrari e ornati e decorazioni nelle parti mancanti.

Nel 1965 l’intervento è compiuto: il Farnese torna finalmente ad essere parte integrante del patrimonio culturale della città, non solo come spazio di spettacolo, di musica, d’arte e di “meraviglia”, sia pure per eventi particolari, con utilizzo riservato alla sola cavea e al palcoscenico con esclusione quasi totale delle gradinate laterali, ma anche come luogo privilegiato del percorso espositivo, diventando il grandioso atrio d’accesso alle collezioni storico-artistiche della Galleria Nazionale di Parma.

ARCHITETTURA

La struttura

Concepito per realizzarvi l’opera-torneo, in cui il melodramma si fonde con il gioco d’armi mimando l’evento bellico, un genere sontuoso che solo le casate principesche si potevano permettere, il Farnese è uno dei teatri barocchi più grandi d’Europa.

Della architettura originaria del Teatro oggi si può ancora ammirare l’antica struttura ispirata ai modelli dei teatri greci e romani, a Vitruvio e a Serlio, ma anche alla ricostruzione del teatro romano fatta dal Vignola nel cortile del Palazzo Farnese a Piacenza, al teatro Olimpico di Vicenza del Palladio (1580), a quello dello Scamozzi di Sabbioneta (1589-90), al teatro del Buontalenti nel Palazzo vasariano degli Uffizi a Firenze.  Nella progettazione l’Aleotti può aver guardato, inoltre, al Teatro delle Saline a Piacenza, costruito nel 1592, che rappresenta una delle prime sistemazioni fisse delle compagnie ambulanti che dalla metà del’500 tendono ad abbandonare le piazze per insediarsi in un ambiente chiuso. Questo teatro aveva la disposizione dei posti ad “U” che si ritrova anche nel Farnese di Parma, la cui struttura esprime le ultime acquisizioni tecnico-spettacolari maturate a Ferrara e in Emilia durante la seconda metà del Cinquecento.

Attraverso un portale d’ingresso incorniciato da due coppie di colonne sormontate da una corona ducale, si accede nella cavea, che poteva essere riservata al pubblico o diventare arena di spettacolo. Una ripida gradinata a ferro di cavallo sormontata da una doppia loggia ad archi, circonda la vasta platea costituita da quattrodici gradoni che potevano ospitare oltre tremila spettatori. Alla sommità della cavea sono due ordini di logge a serliana, solo in parte praticabili, di impronta palladiana. La pianta allungata a forma di “U” era funzionale alla capienza della sala, alla migliore visuale agli estremi e all’acustica. Al centro della cavea, sopra il corridoio che unisce l’ingresso alla platea, delimitato da una balconata, era originariamente allestito un palco d’onore per i duchi, che anticipava la più tarda adozione del cosiddetto “palco reale” in tutti i teatri d’Europa.

Il proscenio monumentale di tipo classico, con nicchie originariamente decorate da statue in stucco, separa il palco dalla cavea. La notevole profondità del palcoscenico, lungo 40 metri, con un’apertura di 12 metri, con quinte piatte e tre ordini di telari scorrevoli su binari, gallerie superiori per il movimento e sottopalco attrezzato, permise di realizzare le prime scene mobili della cultura teatrale. Lo spazio intorno al palcoscenico e sotto il piano di scena nascondeva al pubblico le complesse macchine necessarie alla “maraviglia” del teatro barocco, appositamente inventate da Aleotti per il Teatro Farnese.

In alto, sopra lo stemma ducale farnesiano, sta una scritta dedicata alle Muse come protettrici delle arti:

BELLONAE AC MVSICAE THEATRVM RAINVTIVS FARNESIVS PARMAE ET PLACENTIAE DVX IV CASTRI AVGVSTA MAGNIFICENTIA APERVIT ANNO MDCVIII[Ranuccio Farnese duca di Parma e Piacenza, quarto duca di Castro, con augusta magnificenza inaugurò nell’anno 1618 il teatro di Bellona e della musica] In realtà come sappiamo, fu solo dieci anni dopo, nel 1628 che il Teatro fu ufficialmente inaugurato al pubblico.

La decorazione

L’aspetto odierno del Teatro Farnese non rende l’idea della fastosità del decoro antico. Architettura, scultura e scenografia concorrevano a formare una sorta di spettacolo totale, in uno spazio tutto artificiale: all’interno delle nicchie sull’arco scenico e sulle balaustre trovavano posto una moltitudine di statue raffiguranti divinità mitologiche. Le statue di gesso con anima di ferro e paglia erano state modellate da maestranze sotto la guida di Luca Reti.

Le strutture, oggi in legno grezzo, erano tutte dipinte a finto marmo bianco e porfido rosso, con i rilievi architettonici, capitelli e cornicioni dorati.

Sul cornicione, ai lati dell’iscrizione un programma allegorico contrapponeva la pace alla guerra: erano dipinte a sinistra Bellona, appoggiata ad un mucchio di armi e seguita da scene di battaglie, a destra Cerere con un ramo d’ulivo in mano ed al fianco scene di caccia e pesca che alludono ai meriti di un governo di pace. Sui pilastri grottesche culminanti alla sommità con figure recanti tra le mani cornucopie. La decorazione del proscenio è in parte tuttora visibile nella parete di controfacciata del teatro, che aveva quasi funzione di specchio. Il fondale, raffigurante gli edifici classici previsti da Vitruvio per la scena tragica, simula l’apertura su una città ideale.

Non è casuale la posizione delle due statue equestri di Alessandro ed Ottavio Farnese,  ancora oggi  collocati entro i due archi trionfali che collegano le gradinate alla cavea, rispettivamente dalla parte di Bellona e di Cerere. Alessandro, padre di Ranuccio, eroe delle Fiandre, era accompagnato dalla Vittoria e dallo Stratagemma militare. Ottavio, nonno di Ranuccio era affiancato dalle figure allegoriche della Liberalità e dall’Intrepidezza.

Il soffitto fu realizzato in assi di legno e la decorazione a fresco fu realizzata da Lionello Spada, ideatore della composizione pittorica e direttore dei lavori, e il Malosso con squadre di bolognesi, cremonesi e piacentini.

Tranne due frammenti tutto il soffitto è andato perduto: già in cattivo stato di conservazione all’inizio del XIX secolo, venne demolito nel 1867. La decorazione del soffitto aveva la funzione di ampliare in altezza il teatro poiché vi erano dipinte in prospettiva due logge dalle quali si affacciavano una moltitudine di spettatori, mentre di fronte al palco dei principi erano raffigurati cantori e musici. La platea era quindi  illusionisticamente aperta verso il cielo, in cui diverse divinità facevano da corona a Giove che, cavalcando l’aquila, si dimostrava favorevole alle azioni teatrali.

Triglifi e stemmi di famiglie principesche congiunte a quella dei Farnese, medaglioni con ritratti in rilievo di dodici re, altrettanti imperatori e dieci consoli, festoni di frutta che si alternano a trofei d’armi che affiancano guerrieri vestiti all’antica completano la decorazione delle logge, trasformando lo spazio del teatro in una piazza monumentale di epoca imperiale e alludono al centro del potere civile e militare della dinastia.

Si può avere un’idea dell’effetto visivo di questa gran macchina teatrale dal modellino realizzato nel 1800 da Fanti e Rousseau, due artigiani di cui non abbiamo notizie dettagliate. Il modello fu realizzato in carta, legno, cartone e cera e i materiali furono dorati e decorati come doveva essere il teatro nella sua integrità.

Un altro piccolo modello di gesso, della fine del secolo XVIII – inizi XIX, ci mostra il palco dei Principi.

SPETTACOLI

La gran macchina farnesiana, destinata a suscitare meraviglia ed ammirazione, venne costruita a tempo di record utilizzando materiali poveri, di poca spesa e di facile reperimento: legno dipinto, stucco e paglia, che dovevano imitare materiali più nobili come il marmo bianco e rosso e l’oro e fu ultimata nel 1619. Ma lo spettacolo progettato per l’evento, “In difesa della bellezza”, che prevedeva una naumachia, una battaglia navale con l’allagamento della platea, non fu mai realizzato perché il viaggio di Cosimo non si fece più e si dovette attendere il 1628 per l’inaugurazione del teatro in occasione del matrimonio tra il giovane duca Odoardo Farnese e Margherita de’Medici.

Lo spettacolo inaugurale, un dramma allegorico-mitologico che era intitolato “Mercurio e Marte”, con testo di Claudio Achillini e musica di Claudio Monteverdi, il più celebre compositore del suo tempo, era arricchito da un torneo cavalleresco e prevedeva anch’esso una naumachia con mostri marini e battaglie navali e allo scopo si utilizzò il grande e straordinario apparato scenotecnico preparato dall’Argenta 10 anni prima, allagando la platea debitamente impermeabilizzata con le acque dell’acquedotto farnesiano convogliate in serbatoi sotto il palcoscenico e fatte defluire in platea grazie all’ingegnoso sistema idraulico ideato dall’Aleotti.

Una grande festa teatrale, dunque, che celebrava la tradizione dei tornei e delle cavallerie all’aperto, trasferendone le strutture provvisorie all’interno di un sontuoso edificio teatrale e che prevedeva anche l’esecuzione di intermezzi in musica appositamente composti per l’occasione. Per la rappresentazione del torneo musicale Francesco Guitti, che partecipò alla messa in scena, apportò infatti un’innovazione importante: l’orchestra con i musicisti davanti al proscenio nella posizione che diventerà comune nel teatro all’italiana. Era uno spazio semi ovale delimitato da un parapetto che non aveva solo la funzione di nascondere i musicisti, ma di proteggerli, insieme agli strumenti, dalla naumachia che concluse il torneo musicale. Gli apparati allestiti per l’evento inaugurale, le macchine sceniche e le straordinarie invenzioni messe in scena per il torneo, gli intermezzi e la naumachia finale segnano il debutto del gran teatro barocco e l’esordio della stagione delle feste e dei grandi spettacoli delle monarchie europee.

A Parma, invece, vista la complessità degli allestimenti scenici e i loro altissimi costi, pochi furono le rappresentazioni che animarono la gran sala del teatro farnesiano, utilizzato soltanto nove volte in occasioni di nozze ducali o per ricevere illustri ospiti.

Nel 1652 Le vicende del tempo del genovese Bernardo Morando in occasione della visita degli arciduchi di Toscana, nel 1660, 1664, 1668 tre spettacoli privi di grande rilievo artistico festeggiano i successivi e poco fortunati matrimoni tra Ranuccio II e Margherita Violante di Savoia, Isabella e Maria d’Este.

Nel 1690 per festeggiare ancora un matrimonio, quello tra l’erede al trono Odoardo e Dorotea Sofia di Neoburgo viene messo in scena Il favore degli dei con testo di Aurelio Aureli, musica di Bernardo Sabatini  e scenografie dei Bibiena, mentre nel 1714 per celerare le nozze pe procura tra Elisabetta  farnese e Filippo V di Spagna si organizza una grande festa-torneo.

Nel 1728, ancora in occasione di un matrimonio ducale, quello fra Antonio, ultimo erede della dinastia, ed Enrichetta d’Este si mette in scena il carosello musical-cavalleresco Le nozze di Nettuno l’Equestre con Anfitrite, con testo di Carlo Innocenzo Frugoni. È, infine, con La venuta d’Ascanio in Italia che festeggia nel 1732 l’ingresso in città di Carlo di Borbone, che si chiude definitivamente il ciclo teatrale del Farnese consegnandolo ad una lenta ma inarrestabile decadenza.

Elenco degli spettacoli dal 1528 al 1732

  • 1628 | Inaugurazione del teatro con il torneo e lo spettacolo “Mercurio e Marte” di Claudio Achillini, con musiche di Claudio Monteverdi, in occasione del matrimonio del duca Ottavio Farnese con Margherita de’ Medici.
  • 1652 | Rappresentazione del dramma fantastico “Le vicende del Tempo” di Bernardo Morando, con musiche di Francesco Manelli, in occasione della visita degli arciduchi Carlo, Sigismondo, Francesco ed Anna di Toscana.
  • 1660 | Rappresentazione del dramma in tre atti “La Filo”, ovvero “Giunone rappacificata con Ercole” di Francesco Berni, con scene di Carlo Pasetti e musiche di Francesco Manelli, in occasione delle nozze di Ranuccio II Farnese con Margherita Violante di Savoia.
  • 1664 | Spettacolo musicato dal maestro Oliva per le seconde nozze del duca Ranuccio II con Isabella d’Este.
  • 1668 | Rappresentazione del dramma “La Parma” scritto da Alessandro Guitti, in occasione delle terze nozze del duca Ranuccio II con la sorella della seconda moglie, Maria d’Este.
  • 1690 | Grandioso spettacolo, dal titolo “Il favore degli dei”, con testo di Aurelio Aureli e musiche di Bernardo Sabadini, in occasione delle nozze di Odoardo Farnese con Dorotea Sofia di Neoburgo.
  • 1714 | Concerto per le nozze di Elisabetta Farnese con Filippo V di Spagna.
  • 1728 | Carosello equestre, dal titolo “Le nozze di Nettuno con Anfitrite”, su libretto di Carlo Innocenzo Frugoni, musiche di Leonardo Vinci e scene di Sebastiano Galeotti, in occasione delle nozze di Antonio Farnese con Enrichetta d’Este.
  • 1732 | Rappresentazione del dramma “Venuta di Ascanio in Italia” su libretto di Carlo Innocenzo Frugoni, con scene di Pietro Righini, in occasione della venuta a Parma di Don Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese e infante di Spagna.

SERVIZI

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Il Complesso Monumentale della Pilotta mette a disposizione i propri spazi per iniziative e progetti pubblico-privato al fine di promuovere il proprio patrimonio culturale concedendo l’utilizzo temporaneo degli stessi per le iniziative più svariate garantendo sempre il rispetto della sicurezza del bene e la sua finalità culturale.

Collocato in posizione strategica nel pieno centro della città è reso particolarmente fruibile grazie ad un parcheggio comunale nell’area sottostante.

Gli spazi che possono essere consessi sono il Teatro Farnese, il Salone Maria Luigia della Galleria Nazionale, le sale dell’ala nord della Galleria, la Sala di Veleia del Museo Archeologico, il Salone Maria Luigia della Biblioteca Palatina, la Sala Dante, le sale e l’annesso auditorium dei Voltoni del Guazzatoio, lo scalone monumentale, oltre agli spazi all’aperto quali il Cortile della Pillotta, il Cortile del Guazzatoio e il Cortile della Cavallerizza.

In occasione delle diverse iniziative potrà essere organizzato un percorso di visita esclusivo -anche oltre l’orario di apertura ordinario- all’interno del Complesso per consentire la promozione dell’inestimabile patrimonio culturale conservato al suo interno.

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