A seguito della sua visita ai monumenti di Parma, effettuata nel 1566 in compagnia del Bedoli stesso, il Vasari nelle Vite così ricorda la tavola: “Alla Certosa fuor di Parma ha fatto i tre Magi nella tavola dell’altar maggiore”.

L’autenticità dell’opera, eseguita nel 1547 (Quintavalle 1935), è stata accettata da tutta la critica, ad eccezione dell’abate Richard, che nella sua Description historique et critique d’Italie assegna il dipinto al Parmigianino (Affò 1784); ancora nella sua Guida di Parma (1796), l’Affò la ricorda “dipinta come si sa di certo, l’anno 1547”. La tavola, vista in situ dallo Scaramuccia (1674) e dal Ruta (1752), rimase sull’altar maggiore della Certosa fino a poco prima del 1780, se lo stesso anno Baistrocchi (ms. 120, p. 6) la registra in Galleria, seguito dal Ratti (1781) e dall’Affò (1784, 1796). Portata in Francia nel 1796, fece ritorno a Parma nel 1816, anno del suo ingresso in Galleria.

Il dipinto – dalla composizione affastellata e resa con una gamma sfavillante di colori – mostra riferimenti  precisi alla Madonna dal collo lungo di Parmigianino. Come ha ben chiarito la Borea (1965), “…gli effetti luministici (del Bedoli) sono di una preziosità rara che il pittore seppe trarre nelle materie inseguite nei loro vari accidenti, marmi screziati, massicci ceselli…”. L’accuratezza e la preziosità degli abiti dei Magi, dai broccati ai velluti, dalle armi ai calzari e ai berretti incastonati di gemme, degni di un orafo, denunciano il momento di maggiore adesione del Bedoli alla “maniera” aperta, oltre i confini di Parma, verso Giulio Romano.

Scheda di Mario Di Giampaolo tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1998.
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