Attribuita nei vecchi inventari al Primaticcio, questa tavola fu successivamente passata al Tibaldi e posta in rapporto con l’opera di simile carattere giunta dalla collezione Zambeccari alla Pinacoteca bolognese (Ricci 1896; Quintavalle 1939, con riconoscimento di suggestioni da Michelangelo e Parmigianino).

Interessante è la proposta che vede le due testimonianze legate a un unico momento di committenza, anche se è difficilmente avallabile l’ipotesi di riferirle a un solo maestro.

L’opera parmense raffigura Apollo che suona la cetra, circondato dalle Muse; quella di Bologna rappresenta un episodio successivo del mito, ovvero la trasformazione in gazze delle Pieridi, che avevano voluto gareggiare nel canto con le Muse. Per motivi di fattura, e per i soggetti rappresentati, il Ricci (1896) aveva visto in entrambe le tavole la possibile origine da strumenti musicali, identificandovi parti di cembalo. A un cofano di cassone era invece collegata dagli inventari l’opera di Bologna; e alla provenienza da un fronte o spalliera di cassone era stata poi legata anche la tavola parmense, poi forse riadattata per farne copertura di una spinetta (Godi – Cirillo 1978). Qui la cornice con decorazione a motivi floreali corrisponde alle simili cornici della Madonna col Bambino e della Santa Caterina (inv. 475 e 477, vedi scheda n. 342), pure provenienti dalla collezione Prati e come questa inserite per un lungo periodo nel catalogo di Pellegrino Tibaldi.

Anche le Pieridi bolognesi, che nell’inventario settecentesco della collezione Zambeccari erano riferite al Bertoja, erano state passate a Tibaldi dalla guide della Pinacoteca di Bologna redatte da Mauceri e Guadagnini. Lo spostamento proposto al catalogo di Tiburzio Passarotti (Emiliani 1973) – attribuzione tuttora mantenuta (si veda Ghirardi 1986b) – ha confermato per questa tavola il riferimento a un’epoca
più tarda rispetto a quella tibaldesca, già suggerito dal Briganti (1945).

Per entrambe le opere l’attribuzione a Tibaldi suggeriva comunque la presenza di quei richiami a Raffaello e Parma, con suggestioni michelangiolesche, che vi si possono sottilmente scorgere.

La tavola di Parma, dopo un lungo silenzio, è stata più di recente inserita nell’attività del lombardo Giulio Campi (Godi – Cirillo 1978), individuandovi contatti con le pitture di San Sigismondo e Santa Margherita a Cremona, fra nostalgia del manierismo romano – e veneto – e ancora una volta echi da Parmigianino.
A Giulio vengono fatti risalire i profili perduti, propri di alcune figure, come l’eleganza accurata e descritta delle acconciature e dei gesti. Rispetto alla tavola bolognese – dove pure non mancano elementi affini, che potrebbero anche suggerire ulteriori interessanti ipotesi di ricerca – quella parmense pare connotata da suggestioni di più antica estrazione, con più accentuati e riconosciuti elementi tratti dalla tradizione manierista di metà secolo, e riferimenti raffaelleschi in direzione peruzziana.

Scheda di Rosa D’Amico tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1998.
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