LA PILOTTA: STORIA, ARCHITETTURA E COLLEZIONI

Lo spazio al culmine dello scenografico scalone d’onore, che prelude alle meraviglie del Teatro Farnese, accoglie i visitatori con un allestimento dedicato alla storia dell’edificio e degli istituti del Complesso Monumentale.

1. I Farnese

Sotto i Farnese gli edifici ducali, detti della “Pilotta” dal gioco della pelota praticato in uno dei suoi cortili, non furono mai adibiti a residenza. L’imponente fabbrica, che ospitava i servizi della corte, era anche sede della biblioteca e delle raccolte d’arte e di antichità farnesiane.

La costruzione ebbe inizio attorno al 1585, alla fine del ducato di Ottavio Farnese. Il primo nucleo fu il cosiddetto “Corridore”, una galleria sopraelevata su arcate che collegava il Palazzo Ducale con la quattrocentesca Rocchetta di origine sforzesca sulla riva del torrente, dove si trovavano le prigioni. Dopo la morte del duca Ottavio (1586), i lavori si fermarono, poiché Alessandro Farnese, duca dal 1586 al 1592, fu costantemente impegnato a combattere in Fiandra per Filippo II di Spagna. Nei primi mesi del 1602, suo figlio Ranuccio I riavviò invece il cantiere, con un grandioso progetto che diede all’edificio un aspetto molto simile all’attuale: un’immensa e severa cittadella, organizzata attorno a un sistema di corti racchiuse da alte mura. La realizzazione fu affidata all’orvietano Simone Moschino, al quale si deve con ogni probabilità l’imponente scalone. I lavori terminarono nel 1611, con la rilevante eccezione del Teatro Farnese, realizzato tra il 1617 e il 1619, lasciando il palazzo in un suo caratteristico stato d’incompiutezza, mai risolto dagli interventi parziali delle epoche successive e ulteriormente aggravato dai bombardamenti del 1944.

Nel corso del Seicento vennero progressivamente trasferite a Parma le ricchissime collezioni artistiche dei palazzi romani dei Farnese, alle quali nel 1612 si aggiunsero le importanti raccolte sottratte ai feudatari parmensi, giustiziati per ordine di Ranuccio I con l’accusa di aver congiurato contro il duca. Intorno al 1649 giunsero la biblioteca e la raccolta di monete antiche; nel 1662 la quadreria e i disegni; nel 1673 una parte della statuaria antica in marmo e in bronzo. Gran parte della quadreria trovò posto nel Palazzo del Giardino, la residenza ducale suburbana posta sull’altro lato del torrente, mentre le opere migliori furono poi allestite nella galleria del “Corridore” da Ranuccio II e Francesco I. Le raccolte, aperte a un pubblico selezionato, divennero una meta obbligata per i viaggiatori del Grand tour, che le resero famose in tutta Europa

2. I Borbone

Nel 1734 il patrimonio farnesiano fu trasferito a Napoli a opera di Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese, legittimo erede dell’estinta casata. Gli successe il fratello don Filippo che si adoperò per ricomporre un patrimonio di uguale importanza attorno all’Accademia di Belle Arti, alla Regia Biblioteca parmense e, dal 1760, al Regio Museo di Antichità.

Grazie al matrimonio del nuovo duca don Filippo con la figlia di Luigi XV di Francia, Louise Élisabeth, e all’azione riformatrice del ministro Guillaume Du Tillot, il ducato si aprì alle idee illuministe e si trasformò in un centro culturale raffinato e cosmopolita. La rinascita artistica ebbe inizio nel 1752, con la fondazione della Accademia Reale di Pittura, Scultura e Architettura. A beneficio dei giovani artisti erano esposti nelle sale dell’istituto statue e calchi da originali famosi, accanto a quadri, disegni e rilievi degli artisti di corte e dei vincitori dei concorsi annuali di pittura e architettura, medaglie e reperti archeologici. Vi si poteva inoltre ammirare la Madonna di San Girolamo del Correggio, primo capolavoro acquistato nel 1757 dal duca, attorno al quale prese forma la quadreria.

Don Filippo nominò inoltre nel 1761 Paolo Maria Paciaudi «Antiquario e Bibliotecario». Il padre teatino cominciò a ricostituire ex novo le raccolte librarie, attraverso indagini accurate tanto sul mercato antiquario che su quello editoriale corrente. La Bibliotheca Regia Parmensis, a un tempo sala pubblica di lettura e deposito di libri, fu inaugurata nel maggio del 1769, alla presenza di don Ferdinando. La sua prima sede era nello scenografico spazio oggi detto “Galleria Petitot”, dal nome dell’architetto francese che ne progettò le scaffalature.

Nel 1747 l’eccezionale ritrovamento di una grande iscrizione bronzea in frammenti, poi riconosciuta come la Tabula Alimentaria traianea, suscitò un tale interesse che il duca diede avvio, nel 1760, agli scavi che portarono alla scoperta dei resti della città romana di Veleia. In un piccolo fabbricato annesso alla Pilotta furono istituite nello stesso anno le collezioni di antichità, affidate alla cura di Paciaudi, per ospitare, accanto a importanti collezioni numismatiche, i reperti degli scavi, mentre la statuaria venne allestita nella vicina Galleria.

3. Dalle spoliazioni borboniche a Maria Luigia

Sotto Napoleone, numerose opere d’arte finirono ad arricchire le collezioni del Louvre. Con la Restaurazione, il governo di Maria Luigia d’Austria ottenne il rientro di molti beni razziati e inaugurò un periodo di nuovo splendore per il patrimonio artistico e le istituzioni culturali ospitate nella Pilotta.

Nei primi decenni dell’Ottocento per opera di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla dal 1815 al 1847, la Galleria ducale divenne una vera e propria istituzione museale pubblica. Alle opere d’arte rientrate dalla Francia, che si aggiunsero ai dipinti provenienti da chiese e conventi soppressi da Napoleone. L’esubero delle raccolte, coronato tra il 1834 e il 1851 dall’acquisto delle collezioni Sanvitale, Callani, Baiardi, Rossi e Dalla Rosa Prati, rese necessario un ampliamento della sede espositiva e la realizzazione, negli spazi a sinistra del Teatro Farnese, dei saloni ottocenteschi in stile neoclassico.

Nel 1817, dopo la parentesi napoleonica, il Museo di Antichità venne separato dall’Accademia di Belle Arti e spostato nelle sale che ancora oggi occupa. Maria Luigia ne affidò la direzione a Pietro De Lama, già conservatore degli istituti culturali cittadini. In quegli anni tornarono a Parma la Tabula Alimentaria e gli altri bronzi veleiati trasferiti a Parigi, mentre il Museo divenne un istituto autonomo di riconosciuta utilità pubblica, che si vide assegnati i reperti di tutti i territori del ducato. Maria Luigia propugnò inoltre l’acquisto di alcune collezioni che l’erudizione ottocentesca riteneva indispensabili: ceramiche greche ed etrusche, iscrizioni, bronzi, monete e medaglie, antichità egizie.

La duchessa ebbe a cuore anche la biblioteca: alle sollecitudini di Angelo Pezzana e alla munificenza della sovrana, si deve una serie di opere, che valorizzarono tanto la sede quanto le collezioni, come l’allestimento della Sala De Rossi (1819-1821), la costruzione della nuova sala di lettura, il Salone Maria Luigia (1830-1833), e la decorazione della Sala Dante (1841-1856), per opera di Francesco Scaramuzza. Pezzana riuscì ad assicurare alla Biblioteca importanti fondi manoscritti e a stampa: la libreria dell’orientalista Gian Bernardo De Rossi, la raccolta di stampe e disegni di Massimiliano Ortalli, il materiale tipografico-fusorio di Giambattista Bodoni e la biblioteca di Michele Colombo, con la quale entrò in Palatina il manoscritto autografo del De prospectiva pingendi di Piero Della Francesca.

4. Dall’unità d’Italia a oggi

Con l’unificazione nazionale, la Pilotta si trovò al centro di una progressiva attività di sventramenti che la isolarono dal contesto urbano, facendone un complesso “monumentale” a sé. Al contempo la cessazione dei servizi legati alla presenza sovrana liberò molti spazi, progressivamente occupati dalle strutture espositive e sottoposti a radicali modifiche dovute al clima intellettuale del positivismo. Le collezioni, che prima erano trasversalmente collegate tra loro nell’unità del sapere tipica dell’ancien régime, si trovarono definitivamente divise per generi secondo una moderna ripartizione scientifica che portò alla nascita di istituzioni specialistiche giustapposte tra loro: la Galleria Nazionale, il Museo Archeologico Nazionale e la Biblioteca Palatina.

La Galleria, eletta a vero e proprio museo, conobbe in Corrado Ricci il suo fondatore che in soli tre anni, dal 1893 al 1897, stilò il primo catalogo scientifico, frutto del riordinato ampliamento delle collezioni e adattò a uso espositivo nuovi locali dove vennero esposte le collezioni che la Real Casa aveva restituito. Impronta significativa venne lasciata dal Soprintendente Armando Ottaviano Quintavalle, direttore dal 1933 al 1959 che diede rilevanza alla scuola parmense e negli anni della guerra predispose un piano di salvaguardia delle opere. Gli anni Sessanta portarono un’intensa attività di riordino, ricerca, restauro e lo spazio espositivo si estese su 30 sale secondo una nuova sistemazione curata da Augusta Ghidiglia Quintavalle. Nel decennio successivo ebbe inizio la ristrutturazione su progetto dell’architetto Guido Canali delle ali sud, nord e ovest, oltre al Teatro Farnese, che si concluse nel 1991 con l’apertura di un nuovo percorso museografico curato da Lucia Fornari Schianchi, alla testa della Galleria sino al 2010.

All’indomani dell’Unità d’Italia, il Regio Museo d’Antichità visse una nuova esaltante stagione, soprattutto grazie alle ricerche sulle terramare promosse da Luigi Pigorini (direttore da 1867 al 1875) e dal naturalista Pellegrino Strobel (docente all’Università di Parma dal 1859). La nomina di Pigorini a capo del Museo Preistorico etnografico di Roma implicò la spoliazione dei pezzi più prestigiosi complici anche i prevalenti interessi del nuovo direttore, Giovanni Mariotti, in seguito sindaco della città e senatore che riallestì le collezioni con gusto antiquariale. Al Mariotti, deceduto nel 1935, successe Giorgio Monaco, direttore nei bui anni del secondo conflitto mondiale, al quale si devono un nuovo riordino delle sale e i lavori per il salvataggio delle collezioni. Nella seconda metà del secolo il Museo subì ulteriori cambiamenti nel senso di una moderna visione dell’archeologia, non più appendice della storia o semplice antiquaria, ma scienza che si sviluppa e cresce con l’apporto di nuove figure professionali e nuove metodologie di lavoro.

Nel nuovo Stato unitario, la Parmense prese il nome di Biblioteca Nazionale, alla quale, nel 1865, sotto la direzione di Federico Odorici, venne annesso il Fondo Palatino, la biblioteca privata dei duchi Borbone-Parma. Nel 1885, con l’entrata in vigore del Regolamento per le biblioteche pubbliche governative, l’istituzione assunse infine l’attuale denominazione di Palatina, mentre quattro anni dopo, nel 1889, nacque la Sezione musicale, istituita con la fusione dei libri e dei manoscritti di musica con quelli dell’Archivio del Conservatorio. Il nuovo secolo si aprì sotto l’egida di Edoardo Alvisi, che diresse la biblioteca fino alla prima guerra mondiale (1893-1915). Anni dopo Giovanni Masi (1935-1952) affrontò con coraggio e determinazione la ricostruzione dai bombardamenti britannici dell’aprile e del maggio 1944, scongiurando il trasferimento definitivo dal palazzo della Pilotta. Ad Angelo Ciavarella, direttore fino al 1973, si deve invece il progetto di valorizzazione dell’attività e produzione bodoniane, concretizzatosi nel 1960 con la istituzione del Museo Bodoniano.

La riforma, che nel 2016 ha ricondotto il Complesso alla sua unità originaria dotandolo di autonomia amministrativa, costituisce oggi un’occasione unica. Le collezioni ospitate nell’immenso palazzo possono tornare a dialogare e l’edificio può brillare nuovamente tramite il recupero degli spazi connettivi tra le antiche sedi come il vestibolo del teatro.

Crediti fotografici.

Slide di copertina della sezione Il Grande Vestibolo ph Giovanni Hänninen.